Il covo dei contrabbandieri (1955)

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1757, Il piccolo orfanello Joel arriva a Dorset, una cittadina portuale inglese per andare da un ricco del luogo, Geremia Fox (Stewart Granger), per poi scoprire che Fox è a capo di una banda di contrabbandieri.
film d’avventura su commissione diretto dal grande Fritz Lang (“Metropolis”, “Dietro la porta chiusa”, “La donna del ritratto”, “Il grande caldo”) basato sul romanzo di John Meade Falkner, girato in cinemascope, l’unico di tutta la carriera del regista tedesco, e a colori.
Lang riesce a reinventare il cinema d’avventura pur rispettandone le regole, il film è vicino ad un romanzo gotico nella prima parte e ad un melodramma nella seconda, presenta numerose analogie con la pellicola diretta dal pupillo di Lang Alfred Hitchcock, “La taverna della Giamaica” del 1939; e riflette le origini espressioniste del regista. Bello, ma forse in bianco e nero sarebbe stato più affascinante.
Giudizio: 3 e mezzo/5

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Cattivissimo me 2 (recensito da un pubblico di bambini)

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Gru ha definitivamente abbandonato il crimine per darsi alla produzione di Marmellose e felicemente vive con le sue tre figlie, aiutato dai mignons, piccoli e pasticcioni esseri gialli.
Un giorno però Gru viene chiamato dalla lega anti-cattivi per individuare un supercattivo che dopo aver rubato un terribile siero che trasforma gli esseri in mostri ha aperto un negozio come copertura in un centro commerciale.
I veri protagonisti dell’opera sono i pasticcioni assistenti gialli, i Minions,
Seguito di “Cattivissimo me” del 2009; In realtà non c’è molto di cui parlare, si può solo dire che “Cattivissimo me 2” è un bel film d’animazione per bambini che però divertirà anche i più grandi.
Giudizio: 3 e mezzo/5

L’armata delle tenebre

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Ash (il divino Bruce Campbell) dopo le avventure narrate in “La casa 2” viene trasportato dal Necronomicon nel medioevo con un fucile e una motosega al posto di un braccio; l’unico modo per tornare a casa è trovare il Necronomicon e sconfiggere una armata di scheletri.
Sam Raimi (“La trilogia di Spiderman”; “La trilogia della Casa”; “Darkman”; “Il grande e potente Oz” e “Darg me to hell”), enfat prodige, che aveva esordito men che trentenne con “La casa”, che fu poi seguito da “La casa 2”, qui porta ad una conclusione la trilogia con il terzo capitolo, più fantastico, più demenziale e meno orrorifico. Rimangono le particolari trovate registiche che avevano caratterizzato “La casa” 1 e 2; ossia le soggettive del mostro e una applicazione delle trovate dei cartoni animati (teste che ruotano se gli tiri un pugno, frasi fatte, …) al cinema Horror/fantastico; inoltre Raimi impiega in maniera più massiccia gli effetti speciali caserecci, in una incredibile battaglia finale contro L’armata di scheletri (che va a citare “Gli argonauti” con gli effetti speciali di Ray Harryausen).
Divertente. è uno dei pochi film che riesce a divertire e un secondo dopo a spaventare.
Giudizio: 3 e mezzo/5

Il grande e potente Oz

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Oscar Diggs (James Franco), detto Oz, è un mago da fiera e un seduttore, che illude spettatori e fanciulle con trucchetti da prestigiatore e promesse da marinaio. Balzato su una mongolfiera per sfuggire ad un rivale in amore, si ritrova catapultato da un tornado nella fatata terra di Oz. Scopre così che il buon popolo di quel mondo lo crede il salvatore tanto atteso, che una profezia indica come un mago venuto dal cielo per sconfiggere la strega cattiva. Attratto dal tesoro reale in palio, Oz si mette in viaggio alla ricerca della strega per poter diventare il re del regno.
Sam Raimi (“la trilogia di Spiderman”; “La trilogia de La Casa”; “Darkaman”, “Darg me to hell”) è passato dall’Horror indipendente ai film per famiglie targati Disney, sempre con i suoi attori feticci, James Franco (“la trilogia di Spiderman”; “127 ore”) e Bruce Campbell (“La trilogia de La Casa”) qui presente in un cammeo.
Ciò che Raimi ha fatto con “Il mago di Oz”, il capolavoro di Victor Flaming, è paragonabile a ciò che invece fece Tim Burton con il suo “Alice in Wonderland”; con la differenza che Raimi intraprende una strada più citazionista, indagando sul fatto che il cinema stesso è illusione.
Raimi parla di metacinema senza mai perdere di vista gli obbiettivi di un film Disney, ossia affascinare i bambini e divertire gli adulti, e per far questo impiega una struttura narrativa semplice (che segue gli stessi sviluppi del suo “L’armata delle tenebre”) un uso massiccio degli effetti speciali e del 3D.
Non è di sicuro il capolavoro di Raimi, però è un buon film fantastico che merita la visione.
Giudizio: 3 e mezzo/5

GRAVITY

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Gli astronauti Ryan Stone (Sandra Bullock) e Matt Kowalsky (George Clooney) lavorano in una stazione orbitante nello spazio quando un’imprevedibile catena di eventi gli scaraventa contro una tempesta di detriti. L’impatto è devastante, distrugge la loro stazione e li lascia a vagare nello spazio nel disperato tentativo di raggiungere la stazione orbitante Russa per cercare di tornare sulla Terra.
James Cameron l’ha definito il miglior film mai fatto sullo spazio. E ha ragione, perché “GRAVITY” non ha nulla da invidiare a “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick a “Solaris” di Tarkovskij, è uno di quei film di cui si parlerà per anni e anni.
Il film è diretto da Alfonso Cuarón (“Y tu mama Tambien”, “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban”, “I figli degli uomini”), regista interessante ma che non aveva mai sfornato dei film veramente importanti e che con questa pellicola firma il suo capolavoro.
Cuarón ha impiegato 8 anni per creare i macchinari necessari per trasmettere l’illusione che i protagonisti stiano veramente nello spazio senza la gravità; e ha dimostrato di sapere usare questi macchinari con straordinaria maestria. Cuarón ha costruito un film di soli piani sequenza, lunghi e intensi che fanno sentire lo spettatore come se anche lui stesse fluttuando nello spazio senza gravità.
La regia, e gli effetti speciali sono tuttavia funzionali oltre che creare un grande spettacolo, sopratutto visivamente; anche a cercare tensione e angoscia, una tensione che colpisce subito lo spettatore lasciandolo incollato alla sedia senza fiato.
Quindi Cuarón ha dimostrato di saper orchestrare le emozioni come solo Hitchcock era riuscito a fare in “Psyco”; trasmettendo allo spettatore ora spettacolarità, ora paura, ora angoscia.
“GRAVITY” insomma è un film incredibile e imperdibile che sarebbe oltraggioso non vedere in 3D perché la terza dimensione è usata con un efficacia che non si vedeva da “Hugo Cabret”; da vedere al cinema.
Giudizio: 5/5

Chicago

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Nella Chicago del 1929, Velma Kelly (Catherine Zeta-Jones) è una star dei nightclub, che una sera dopo essersi esibita viene arrestata per aver ucciso suo marito e sua sorella.
Roxie Hart (Renèe Zellweger) invece è una donna che spera di diventare anch’essa una star, ma non è ancora famosa e viene arrestata un mese dopo per aver ucciso il suo amante e viene messa nella stessa prigione di Velma, dove Roxie conquista le simpatie del custode, Mama Morton (Queen Latifah).
Per la difesa di Roxie, viene assunto Billy Flynn (Richard Gere), che è anche l’avvocato di Velma. Grazie a Billy, Roxie conquista la simpatia di diversi giornalisti e dei cittadini.
Velma nota che Roxie sta diventando più famosa di lei, e tra le due si accende una rivalità.
Non c’è alcun dubbio che “Chicago” sia, assieme a “Moulin Rouge” di Baz LUHRMANN, il musical del terzo millennio.
È un musical dalla struttura classica, in cui ai numeri musicali si alternano momenti parlati. Senza eccezione. Le canzoni hanno la funzione non di far proseguire la narrazione, ma piuttosto quello di introdurre i personaggi e di approfondirli psicologicamente.
Ottimo tutto l’aspetto tecnico, che è valso al film 6 Oscar (scenografia, costumi, attrice non protagonista Catrine Zeta-Jones, montaggio, sonoro, e miglior film) e bravi anche gli attori.
Degna di nota è la regia di Rob Marshall (“Nine”, “Pirati dei Caraibi-oltre i confini del mare”) coreografo e regista teatrale allora ancora esordiente che riesce con indubbia maestria a mettere in scena la sceneggiatura di Bill Condon sottolineando il rapporto tra realtà e spettacolo, ossia tutta la realtà non è altro che un gigantesco spettacolo diretto solo dai più potenti.
Da vedere per gli amanti del musical e non.
Giudizio: 4/5

Biografia Pedro Almodovar

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Uno dei più importanti ed acclamati cineasti spagnoli. Di fama internazionale, considerato da molti l’erede di Luis Buñuel, questo “enfant terrible” iberico, ha saputo nell’arco di quarant’anni di carriera, raccontare la vita con tutte le sfumature delle sue assurdità, venandole di una corrosione e di una provocazione tali da scendere in aspetti tragici o comici (la cui distinzione è labile e fuggevole, perfino allo spettatore). Le sue sceneggiature sono originali, ritmiche e piene d’invenzioni, mentre la sua direzione è tale da creare a ogni pellicola una famiglia d’attori (piuttosto che un cast), riuscendo comunque a dirigerli in un preciso universo poetico. Il cinema di Almodovar è quello di qualcuno che ama la sua vita, una sarabanda grottesca divertita e feroce.

Le origini
Nato a Calzada de Calatrava, un piccolo paese della poverissima La Mancha, all’età di otto anni emigra con la famiglia a Estremadura. A dieci anni, entra in una scuola cattolica dove assisterà agli abusi dei salesiani sui suoi compagni di studio. Lo shock dell’esperienza lo allontanerà dalla Chiesa e dall’idea di proseguire la sua istruzione. Nel 1968 arriva a Madrid in cerca di fortuna e diventa un ambulante nel mercato per le pulci di El Rastro. Autodidatta (Almodovar non ha mai studiato cinema perché la sua famiglia era troppo povera per permettersi un’istruzione del genere), ha subito la dittatura di Franco che comportò la chiusura delle scuole di cinema all’inizio degli anni Settanta.
Dopo essere stato un ambulante, eccolo centralinista per dodici lunghi anni in una compagnia telefonica e, con i risparmi dei suoi stipendi, compra finalmente una cinepresa Super 8.

L’esordio nel mondo del cinema
Dal 1972 al 1978 comincia a girare dei cortometraggi aiutato da alcuni suoi amici, il suo nome diventa facilmente e rapidamente famoso negli ambienti underground e lui entra nel movimento culturale pop della Madrid di quegli anni, LA MOVIDA, diventandone una star. Sarà, infatti, con la Compagnia Los Goliardos che comincerà a formarsi cinematograficamente, esercitandosi anche nella scrittura di racconti (che saranno pubblicati con notevole successo).
Nel 1980 dirige il suo primo film Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio cominciando a regalare fortuna e fama a quelle che saranno le grandi dive del cinema spagnolo: Carmen Maura, Cecilia Roth e Julieta Serrano.
Inoltre, forma anche duo rock “Almodòvar & McNamara”, di cui sarà cantante e leader: una bizzarra e leggendaria personificazione musicale de LA MOVIDA madrilena. Nel 1982 torna al cinema con il suo film Labirinto di passioni, una delle sue commedie preferite.

Il fenomeno Almodovar
Nel 1987 lui e suo fratello Agustìn Almodòvar costituiscono la casa di produzione: El Deseo, S.A. Il “fenomeno Almòdovar” comincia ad essere ricercato in tutto il mondo. Il suo successo sarà bissato con: Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988), Légami (1990), Tacchi a spillo (1991) e Carne Tremula (1997).
A lui si devono la fama di Antonio Banderas a livello mondiale, quella di Marisa Paredes a livello europeo e quelle di Rossy de Palma, Victoria Abril, Penélope Cruz, Miguel Bosé e tanti altri.
Tantissimi sono gli interpreti non iberici che vogliono e hanno lavorato con lui: Peter Coyote, Angela Molina e la nostra Francesca Neri, solo per citarne alcuni.
Il suo cinema è scatenato, trasgressivo, imperdibile, sensuale: un mix di emozioni che si insinuano in ogni sequenza, in ogni carrellata, in ogni primo piano e solo per raccontare la vita nella sua provocazione più spinta, nelle passioni più sfrenate e nell’esaltazione dei sensi. Le sceneggiature sono solari, travolgenti, eccezionali, mettono a nudo la mediterraneità, il calore e l’ironia di una Spagna che per troppo tempo è stata artisticamente repressa e che ora esplode nei suoi impulsi più perversi, nelle sue pulsioni più segrete, in tutte le sue nevrosi e debolezze. In una sola parola tutto il suo cinema è magistrale. E così tutti i suoi graffi, tutti i suoi istinti non passano certo inosservati.

Il successo di Tutto su mia madre
Nel 1999 dirige il suo capolavoro, il pluripremiato Tutto su mia madre. La sua storia più triste: quella di una donna che perde il figlio in un incidente e si ritrova ad elaborare il lutto e allo stesso tempo a fare i conti con il suo passato (a lungo tenuto nascosto al figlio). Mai visto un intero cast in stato di grazia: Pénelope Cruz, Cecilia Roth, Marisa Paredes, Candela Peña, Antonia San Juan (da mito del cinema il suo personaggio di Agrado) e Rosa Maria Sarda. Mai visto un film più perfetto, il grottesco lascia spazio all’eleganza e alla raffinatezza, il cinema di Almòdovar dopo aver narrato la gioia della vita, si fa il suo opposto: il dolore. Ma è un dolore controllato, non esagerato, espressivo, reale, mai troppo amplificato. Le sue inquadrature si arricchiscono di dettagli, di nuove prospettive, il “consumismo eccentrico” è sostituito dalla critica contro la televisione. Rimangono i colori vivissimi, lo stile significativo e le bellissime inquadrature agli attori. Tutti aspetti che ritroveremo nelle pellicole successive.
La pellicola entra di diritto nella storia del cinema, Almodòvar vince il César, il David di Donatello, il Golden Globe e l’Oscar come miglior film straniero. Pedro diventa un mito, dedica il film alla madre scomparsa (che fece anche alcune comparsate nelle pellicole del figlio) e continua a dare sfogo alla sua creatività.

Gli ultimi anni
Nel 2002 esce nelle sale Parla con lei che vince l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale, poi uno dei pochi film interpretato da soli maschi: La Mala Educacion (2004) e un ritorno alle donne nella tragicommedia Volver – Tornare (2006), un film tributo alle dive del cinema italiano (in particolare a Sophia Loren e Anna Magnani) con le ritrovate Penélope Cruz e Carmen Maura.
La Cruz tornerà anche in Gli abbracci spezzati, film omaggio al cinema del passato attraverso la struggente storia di un regista cieco. Nel 2011 torna a Cannes per presentare il suo nuovo lavoro, con un ritrovato Antonio Banderas nei panni di uno scienziato ai limiti della morale: La pelle che abito. Nel 2013 torna alla commedia con Gli amanti passeggeri, ambientato tra la variegata umanità a bordo di un aereo che vola da Madrid a Città del Messico.
L’assurdo, con Almodòvar, si tinge di normalità, l’uso del kitsch persiste, mentre i sentimenti sono quelli della gente comune… L’arte di questo grande regista sta nell’abilità di riflettere la realtà in maniera deformata, ma sempre attinente al nostro quotidiano, seducendoci.

Filmografia

Folle… folle… folle Tim! (Folle… folle… fólleme Tim!) (1978), cortometraggio
Salomé (1978), cortometraggio
Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio (Pepi, Luci, Bom y otras chicas del montón) (1980)
Labirinto di passioni (Laberinto de pasiones) (1982)
L’indiscreto fascino del peccato (Entre tinieblas) (1983)
Che ho fatto io per meritare questo? (¿Qué he hecho yo para merecer esto?) (1984)
Matador (1986)
La legge del desiderio (La ley del deseo) (1987)
Donne sull’orlo di una crisi di nervi (Mujeres al borde de un ataque de nervios) (1988)
Légami! (¡Átame!) (1990)
Tacchi a spillo (Tacones lejanos) (1991)
Kika – Un corpo in prestito (Kika) (1993)
Il fiore del mio segreto (La flor de mi secreto) (1995)
Carne tremula (Carne trémula) (1997)
Tutto su mia madre (Todo sobre mi madre) (1999)
Parla con lei (Hable con ella) (2002)
La mala educación (2004)
Volver (2006)
Gli abbracci spezzati (Los abrazos rotos) (2009)
La pelle che abito (La piel que habito) (2011)
Gli amanti passeggeri (Los amantes pasajeros) (2013)